The Eight …I realisti newyorkesi.

Nel 1908 si apre a New York presso la Macbeth Gallery una mostra di dipinti di otto pittori, un gruppo di amici diversi nello stile e nel linguaggio pittorico, ma accumunati dagli stessi ideali, obiettivi e dalle stesse intenzioni, rendere una visione reale della città in cui  vivono.

Quella del  1908 è l’unica mostra collettiva di questo gruppo di artisti:

John Sloan, William Glaclens, Ernest Lawson, Maurice Prendergast, George Luks, Everett Shinn, Arthur Davis – che si è riunito intorno a Robert Henri e che è stato definito dalla critica The Eight , The New York Realists o, in senso dispregiativo , The Ash Can School, Black Gang, Apostles of Ugly.

Le opere di questi artisti, che raffigurano le caotiche strade di New York coperte dalla neve, lo sbuffare delle locomotive, gli angoli più sommossi e squallidi, grigi sobborghi, la violenza degli incontri di boxe, la vita quotidiana della popolazione multietnica urbana, sono immagini vivaci ed immediate, descrizione vera della scena americana.

Snow in New York Robert Henri

Everett Shinn (American 1876–1953) [Modernism, Realism, Ashcan School] Fire on 24th Street, New York City, 1907.

George Bellows “Incontro da Sharkey” 1909, Cleveland Museum of Art

La rivolta degli Otto contro l’accademismo, la volontà di affermazione del presente come soggetto pittorico, l’esigenza di una rappresentazione fedele e oggettiva, libera da convenzioni e precetti, il desiderio di raffigurare il quotidiano in modo sincero, senza esprimere giudizi morali o sociali, la ricerca di uno stile autenticamente americano, rappresenta una svolta significativa nel panorama della pittura d’inizio secolo.

La parola ”sincerità” diviene per questi realisti newyorkesi uno slogan, uno strumento formidabile per liberare la pittura da tutto ciò che è convenzionale e artificio, dai preconcetti estetici e dalle formule tradizionali.

Le rappresentazioni della vita quotidiana contemporanea di Henri, Luks,  Slon e degli altri, sebbene non contengono delle vere e proprie affermazioni di principi sociali, sono immagini immediate e concrete, spontanee e semplici, del tutto prive di qualsiasi desiderio di pittoresco o di idealizzazione accademica.

Questi artisti rifiutano i temi proposti dai pittori più alla moda del periodo e scendono per le strade a dipingere la vita di tutti i giorni : l’arte per i realisti newyorkesi è la rappresentazione fedele e oggettiva del mondo reale, la celebrazione della vita degli americani.

Dall’osservazione attenta e partecipe della vita quotidiana nelle caotiche strade di New York scaturisce un sincero e autentico sentimento d’identità nazionale, una partecipazione viva al lavoro dell’uomo nell’ambito urbano.

All’inizio del 900 le opportunità di esporre, per gli artisti americani, sono controllate da due istituzioni, la Society of American Artist e a la National Academy of design, entrambe con sede a New York, che organizzano esposizioni annuali sui modelli dei saloni parigini.

Tale mostre accettano solo pittori accademici, gli artisti realisti non hanno alcuna possibilità di vedere esposte le loro opere, troppo diversi sia per i loro soggetti che per il loro linguaggio pittorico adottato.

La mostra della Macbeth Gallery e la celebre ”Exhibition of Independent Artists”

–  la prima mostra indipendente d’arte senza giuria, voluta ed ottenuta da Robert Henri nel 1910, in cui prendono parte gli artisti realisti del suo gruppo. –

Le due mostre sono per questi giovani artisti americani, la prima occasione di mostrare alla critica e al pubblico le loro opere che celebrano la vitalità, il rumore, il movimento della città che cresce e il potere della modernità, all’inizio del secolo, per la prima volta, la città diviene soggetto  di un’opera d’arte.

In questi stessi anni, celebri fotografi, come Alfred Stieglitz, Edward Steichen, Alvin Langdon Coburn, Karl Strass, puntano il loro obiettivo su New York creando un’immagine della città affascinante, di grande impatto visivo.

Queste immagini in bianco nero, che ritraggono i nuovi e veloci mezzi di trasporto di massa, l’arditezza dei ponti, le luci della città, l’incredibile altezza dei primi grattacieli, le macchine che sfrecciano sulle strade, stuoli di operai intenti a costruire edifici e tunnel, hanno sicuramente contribuito ad attirare l’attenzione delle nuove generazioni di artisti sui soggetti urbani, sulla vita quotidiana in una metropoli pulsante e frenetica, in continua espansione.

New York, la città che meglio di qualunque altra rappresenta la nuova America, tra la fine dell’ 800 e  l’inizio del 900, subisce radici cambiamenti urbanistici e architettonici, assumendo quella dimensione verticale che ancora oggi caratterizza il suo profilo.

In questo periodo la popolazione di New York, che per due terzi è nata all’estero, subisce un enorme incremento attraverso il fenomeno dell’immigrazione, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX entrano negli Stati Uniti 24 milioni d’immigrati, attratti dalle opportunità della grande metropoli.

Robert Henri e gli altri ”apostoli del brutto” per la prima volta esplorano le opportunità espressive insite nella celebrazione della vita di tutti i giorni, nella rappresentazione dell’ordinario, nell’autenticità dell’esperienza.

Il Novecento si apre quindi con la rivolta contro le tradizioni pittoriche dell’arte europea e contro le rigide norme delle accademie, per la libertà d’espressione e per affermazione di un’autentica arte americana.

Il nuovo realismo umano prende le mosse, alla fine dell’ 800, dell’impegno di un artista, Robert Henri e da un luogo Filadelfia.

Robert Henri, che ha dedicato la sua vita all’insegnamento, della pittura nelle più celebri scuole d’arte degli Stati Uniti, è stato l’ispiratore e il leader del gruppo dei realisti newyorkesi .

Il suo impegno costante a favore della libertà d’espressione, il suo desiderio di comunicare l’importanza dell’autenticità dell’ espressione soggettiva di fronte all’ accademismo, il suo genuino interesse per i fatti della vita sono uno stimolo importante per gli artisti che seguono il suo studio in Walnut Street  Filadelfia.

John Sloan, William Glackens, Everett Shinn e George Looks sono illustratori – reporter , abili nel fermare in pochi tratti l’essenza di un avvenimento, di una situazione – i quotidiani di allora come il ”Philadelphia Press” dove i quattro artisti lavorano, utilizzano schizzi e disegni per rappresentare i fatti di cronaca e gli avvenimenti citati negli articoli – e dopo aver iniziato a frequentare il Charcoal Club, iniziano a riunirsi, nel 1894, nello studio di Henri.

Attraverso questi incontri i quattro artisti-reporter hanno l’occasione di conoscere la pittura contemporanea europea, – Henri era appena tornato da un soggiorno a Parigi durato quattro anni – e decidono di intraprendere la carriera di pittori.

Nel 1900 il gruppo si sposta a New York : qui altri pittori condividono l’interesse di Henri per ” lo spirito della gente dell’oggi ” e per la caotica e vivace energia della città; di nuovo lo studio di Henry a New York diventa luogo d’incontro.

Paradossalmente, sebbene Henri e gli altri artisti del gruppo degli Otto siano realisti e fautori della ”scena americana”, il loro spirito di libertà e il loro desiderio di autonomia artistica hanno favorito l’affermarsi delle correnti moderniste dell’arte statunitense, dopo la celebre ” Armory Show ”, mostra tenutesi a New York nel 1913, che ha fatto conoscere al pubblico, agli artisti, ai critici, e ai collezionisti americani l’arte delle avanguardie europee.

Lo stesso Arthur B. Davis, uno degli Otto, è il presidente della Association of American Painters and Sculptors,  il gruppo di artisti che organizza la mostra del 1913.

Henri, sebbene abbia lottato per la libertà espressiva e abbia insegnato ai suoi numerosi allievi, tra i quali George Bellows e Guy Pène du Bois, l’importanza dell’autonomia pittorica rispetto a ogni preconcetto, si trova dopo la ” Armony Show ” in una posizione di grave disagio di fronte alla opere delle avanguardie europee.

Se  la ” Armony Show ” apre la strada al Modernismo in America, l’approccio realista degli Otto, il loro desiderio di celebrare il carattere della nazione, rappresenta la tradizione della quale prenderà le mosse, negli anni venti e trenta, la grande stagione del realismo americano, il movimento artistico denominato American Scene.

‘’Se vuoi sapere come fare una cosa, dovrai prima avere il desiderio assoluto di farla. Poi ti avvicinerai agli spiriti affini e studierai i loro modi e i loro mezzi, imparando dai loro successi e dai loro fallimenti, e aggiungerai la tua parte. Con questa conoscenza tecnica potrai andare avanti, esprimendo, attraverso il gioco delle forme, la musica che è in te e che è in te solo.’’

„Prendi parte alla vita e disegna o dipingi ciò a cui partecipi.“

_Robert Henri_

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SUD ↘️

La gente del Sud ha :

Il sole

L’anima

La riconoscenza

La forza …

Mai mettersi contro la gente del Sud

Le pensano deboli,

Corrotte,

Povere!

La gente del Sud è abituata a :

Soffrire,

Combattere,

Vincere.

Si perde in partenza contro di loro,

non per malavita,

se vogliono ti donano…

Se vogliono ti tolgono tutto,

Per rispetto !!!

Chi entra in contrasto con la gente del Sud

è destinato/a a perdere !!!

Il sole

Il mare

Il carattere

Il rispetto

L’intuito …

Noi Gente del Sud.

Prospettive

Dipingere è uscire da se stessi,

dimenticare se stessi,

preferire l’anonimato a ogni cosa e rischiare

talvolta di non essere in accordo con

il proprio secolo e con i

contemporanei.

____________>Balthus<

Bisogna resistere alle mode, rispettare a ogni costo ciò che si crede valido per sé, e persino coltivare quello che ho sempre definito, come i dandy del XIX secolo,

”Il gusto aristocratico di non piacere”

#Pillole Lo scandalo del “New Look” Christian Dior

 

#Pillole fa una sosta in Francia, doverosa per raccontare una breve #pillola su uno dei più celebri creatori  francesi , a ridosso di un breve viaggio artistico  nella mostra  a lui dedicata nell’arco dell’estate 2017, “Christian Dior, Couturier du rêve”.

 

 

Il 12 febbraio 1947 un Christian Dior già ultraquarantenne presenta la sua prima collezione firmata: una serie di abiti dalla linea a corolla che lo lanciano nel firmamento delle stelle dell’haute couture nel giro di un solo giorno.

Con quelle gonne amplificate da sottogonne in tulle e quei giacchini-corpetto che strizzano e sottolineano il giro vita minuscolo, la femminilità – a lungo mortificata dalle privazioni della guerra –  torna a esplodere al pari di un germoglio sul punto di sbocciare.

 

 

Carmel Snow, allora direttrice artistica di “Harper’s Bazaar”, ribattezza il nuovo stile “New Look”. E’ un terremoto, non solo per la storia della moda, bensì per quella stessa del costume. In un periodo di austerità ancora gravato di restrizioni, Dior fa gridare allo scandalo: le sue gonne fruscianti necessitano di quindici metri di tessuto e gli abiti da sera di ben venticinque.

E’ un vero e proprio schiaffo alla miseria. Un vero e proprio schiaffo al passato. “Le donne, con il loro istinto sicuro, hanno capito che il mio obiettivo era di renderle non solo più belle, ma più felici”, dirà più tardi il couturier.

 

 

Le donne più in voga del mondo, adottano con entusiasmo quel nuovo stile, intriso di grazia, opulenza e voluttà che, nelle parole del suo creatore, segna il

ritorno all’arte del piacere” .

 

 

Uno stile che, esaltando senza mezze misure l’eterno femminino, si muove in una direzione diametralmente opposta a quella di Coco Chanel, la quale – lapidaria e terribile- accusa Dior di vestire le donne come poltrone, (mi dissocio da tale citazione ).

 

 

Fin dal suo primo apparire, la geniale, rivoluzione figura di Christian Dior conquista il gotha del jet-set internazionale, della duchessa di Windsor a Gloria Guiness, da Malene Dietrich a Pamela Churchill, fino a Julienne Gréco.

 

 

Se per gli abiti da sera lo stile romantico e fiabesco di Dior, infarcito di vaporose nubi di tulle e organza, pesca a piene mani da un passato storico letterario, per le toilette da giorno è molto meno reazionario,

 

 

rispetto a quanto lo si accusi e presta alla donna tessuti tradizionalmente maschili, come il principe di Galles e il pied-de-poule e perfeziona quel tubino di lana nero che diventerà un classico nel guardaroba femminile di mezzo mondo.

 

 

Dopo aver spinto la donna fiore fino al parossismo, anticipa il cambiamento dei costumi con una moda lineare ed essenziale, che permette a chi l’indossa “di avere l’eleganza appropriata dal mattino alla sera senza rientrare a cambiarsi”.

 

 

E’ instancabile, infaticabile nell’elaborazione di linee sempre nuove (la Obligua nel 1950, l’Ovale nel 1951 e poi nominate come le lettere dell’alfabeto: H nel 1954, A e Y nel 1955):   ” L’uniformità è la madre della noia ” .

 

 

Analogicamente a Balenciaga, i denominatori comuni del suo stile sono la silhouette e il volume: ” Il colore non può trasformare il difetto di un abito in un successo (…) gioca un ruolo fondamentale solo quando il taglio è il protagonista. 

Depositario di un sapere sartoriale, fatto di inafferrabile accorgimenti tecnici capaci di rendere indeformabile il taglio, afferma che avrebbe potuto realizzare tutte le sue collezioni in bianco e nero senza mai ripetersi.

 

 

Affida la seduzione femminile anche a insostituibili tocchi di glamour, dalle scarpe coi tacchi a spillo agli accessori scelti con cura quasi maniacale: cappelli, guanti, borse, e bijoux.

 

 

Il rivoluzionario Couturier dalla C maiuscola muore precocemente per un attacco cardiaco mentre è in soggiorno a Montecatini Terme.

Dopo la scomparsa del suo fondatore , la maison prosegue l’attività conservando intatta la propria leggenda, grazie a direttori artistici che hanno saputo conservare lo spirito, aggiornandolo con iniezioni di modernità. Il primo è Yves Saint-Laurent, aiutante ed erede naturale del maestro. Gli succede Marc Bohan, alla guida dell’ atelier per trent’anni, seguito da Gianfranco Ferré e il rivoluzionario spirito eccentrico di  John Galliano.

 

 

DENTRO IL CAPOLAVORO

 

CHRISTIAN DIOR 

TAILLEUR BAR

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Bar, l’abito forse più fotografato, riprodotto e documentato nella storia della moda e del costume, è l’emblema del new look, lo stile lanciato da Christian Dior nel vagheggiamento di dare vita alla donna fiore:

” spalle dolci, busti in sboccio, taglie fini come liane e gonne larghe come corolle “.

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Con le sue studiatissime volumetrie, con le proporzioni di natura quasi architettoniche, il nuovo stile celebra i punti di forza dell’eterno femminino:

le caviglie,  i fianchi e il seno.

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Quella di Dior è una proposta ispirata al gusto fin de siècle, con richiami alla moda settecentesca, dalla quale il couturier riprende l’idea di modellare il corpo della  donna  secondo una silhouette a “S” ricorrendo all’ausilio di un accessorio dimenticato il corsetto.

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Abbandonate le spalle squadrate del periodo bellico; la silhouette si illanguidisce riappropriandosi delle forme del corpo; il taglio sartoriale permette al modello di creare un effetto di aderenza nella parte superiore e di esuberante volume in quella inferiore.

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la piccola giacca in shantung color crema, con il collo a revers e le baschine arrotondate che si appoggiano ad anfora sui fianchi, è di un’esiguità quasi asfittica per assottigliare il giro vita fino a strizzarlo ed enfatizzare le curve in maniera esplosiva.

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L’ampia gonna di lana nera a pieghe sagomate si allunga fino a coprire il ginocchio e guadagna in ampiezza,(Dior teorizza che l’orlo non deve oltrepassare i 40cm da terra) in virtù dell’utilizzo di sottogonne rigide in leggerissimo voile.

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L’UNIFORMITA’ E’ LA MADRE DELLA NOIA…..

CHRISTIAN DIOR

 

 

#Pillole: la moda come divertimento       Elio Fiorucci 

 

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''Fiorucci rappresentava la vampata della giovinezza senza la politica, dall'anticonformismo senza lo spinello, della lotta al sistema senza lo scontrino fisico, dalla fantasia senza la necessità di mandarla al potere. Rappresentava un cuneo di gaiezza, una sosta che consentiva finalmente frivolezza, un modo di non farsi emarginare dalla turbolenza e dal nuovo, però sottraendosi dall'obbligo di occuparsi di proletariato di massa, di guerra allo stato, di movimento e poi alla fine di terrorismo.''

….. A scritto lui Natalia Aspesi.

Con le sue folgoranti intuizioni, Fiorucci anticipa fenomeni, lancia tendenze, crea un nuovo modo di vestire che si beffa del perbenismo formale e del conformismo mentale, dei primi anni '70, scompaginando il guardaroba con la ventata di novità in the road della Swinging London. 

 


 

Dopo un viaggio a Londra in pieno anni '60, apre a Milano un negozio dove propone le novità – inedite per l' Italia – della scena anglosassone e statunitense.

Nel 1970 dà vita ad una collezione propria, distinta da due angioletti vittoriani che sono ancora l'emblema del suo stile, che inietta linfa vitale nell' esangue panorama della moda italiana, che langue per difetto di fantasia e per eccesso di omologazione .

A Fiorucci '' stratega del nuovo '' , spetta il merito di avere introdotto nuovi modi di pensare la moda.

Abolisce il total look coordinato in nome di una libertà che fa rima con divertimento, gioco, contaminazione

Il suo guardaroba ideale è costituito da un'infinità di pezzi intercambiabili.

La moda diviene per la prima volta un puzzle, in cui abiti e accessori si mescolano insieme con assoluta autonomia , totale anarchia, per costruirsi uno stile personale in sintonia con il sentire del momento.

Con Fiorucci la moda esce dall'atelier, si ispira alla strada, detronizza i re dello stile per far diventare ognuno stilista di se stesso.

Con lui colori e segni grafici fanno la loro irruzione su felpe, t-shirt top, come nelle maglie a grosse righe orizzontali rosse e bianche che portano a lettere cubitali il nome del loro autore : una rivendicazione di paternità del tutto inusuale, almeno fino a questo momento, nel settore dell'abbigliamento.

 


 

Fiorucci è ancora una volta antesignano nell'utilizzare lo spazio bianco delle T-shirt come una pagina da riempire,

un foglio d'album da disegnare,

il luogo dal quale lanciare messaggi di ogni sorta : provocatori, ecologisti, disinpegnati.

 

 

 

Il suo repertorio iconografico pesca sopratutto dall'immaginario collettivo targato USA, spaziando dal cinema hollywoodiano al mondo dei fumetti di Walt Disney, dalle pin-up alle insegne di Las Vegas, fino a citazioni dalla Pop Art e dal Graffitismo.

 

Nel 1976 apre uno store a New York, che viene scelto da Andy Warhol per il lancio della sua famosa rivista " Interview ".

Nel 1984 Keith Haring cambia faccia al negozio Fiourucci di Milano con un happening di pittura della durata di due giorni e una notte, ripreso da tutte le televisioni.

Fiorucci è tra primi a portare in Italia quei materiali mai usati prima nella moda, a partire dalla plastica, che trasforma in particolari e divertenti borse, scarpe e bijoux.

Ma nella storia del costume, non solo in quella della moda, Elio Fiorucci è sopratutto sinonimo di jeans.

Li vende a poco migliaia di lire, come emblema di una moda a portata di tutti. Quando per una mostra il Metropolitan Museum di New York chiede a  Bruce Springsteen un oggetto simbolo della sua personalità, la rock star consegna la chitarra e i jeans di Fiorucci.

E' il primo ancora una volta a renderli glamour e sexy, ma non si ferma qui:

nel 1982 lancia il primo jeans stretching mischiando lycra e denim per rendere i suoi cinque tasche più aderenti e seducenti;

nel 1987 fa uscire la selvaggia linea Apaloosa, cucitacon la macchina per selle;

nel 1999 è la volta dei Lollies, pastelli di rosa, azzurro, bianco e nel 2004, ispirandosi a un principio finora riservato al design, crea il primo jeans ergonomico, con tagli ad hoc che regalano al corpo proporzioni perfette.

Dal 1977 dirige la scuola Fiorucci di Moda e Abbigliamento.

DENTRO IL CAPOLAVORO

Elio Fiorucci Jeans 1978

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Nella storia del costume e non solo in quella della moda, Elio Fiorucci è sinonimo di jeans. un' equazione inevitabile, in quanto è il primo a trasformarlo da pantalone per il tempo libero e da emblema di ribellione a capo irresistibilmente sexy, ad alto tasso erotico.

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Coglie in pieno i punti focali nel rinventarlo, ne ridisegna le forme sull'anatomia femminile per esaltare e modellare le natiche, con un'audacia trasgressiva in linea con lo  spirito free degli anni '70.

"Playboy" definisce Fiorucci un "benefattore della società perché ha ridisegnato il sedere delle italiane". Un effetto perseguito con totale, quasi maniacale attenzione: ogni nuovo modello viene, infatti, provato addosso alla figura di una indossatrice, sempre a disposizione in sala taglio.

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Il taglio perfetto anche delle gambe, le rifiniture accurate (le stesse etichette sono ricamate), la straordinaria vestibilità ne fanno un capo d'abbigliamento sofisticato e all'ultima moda. Qui il jeans è realizzato in denim, la tradizionale tela blu dalle caratteristiche sfumature indico, ma Fiorucci lo propone negli stessi anni in un'estrema varietà di colori e materiali, dal lurex satinato all'acetato fluorescente, dalla tigre sintetica all'oro artificiale, fino al vinile.

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Con jeans si indica un tessuto di cotone robusto e molto resistente; nasce a Genova (Gênes in francese, da cui il termine Jean), dove fin dall'Ottocento viene utilizzato per realizzare le uniformi per gli scaricatori del porto. Nel 1850 jeans non indica più un tessuto, bensì un tipo particolare di pantalone, creato a San Francisco da Levi Strauss, che lancia un modello a cinque tasche per i cercatori d'oro.

 

 

"Io non mi sento uno stilista, mi sento una persona libera, un sensitivo che ha incontrato molte persone e che si è fatto affascinare e suggestionare dagli occhi dai loro occhi. Io guardo le persone negli occhi, è questo che mi ha portato a sperimentare e innovare credendo in primis nella forza delle persone."

 

 

 

 

 

Perfectionist

I am not a perfectionist,

But still i seek perfection.

I am not a great romantic,

But yet i yearn for affection. 
Io non sono un perfezionista, 

ma ancora cerco la perfezione. 

Io non sono un grande romantico, 

ma ancora desidero affetto.

~ In The Depths of Solitude ~

I exist in the depths of solitude 

pondering my true goal 

trying 2 find peace of mind 

and still preserve my soul 

constantly yearning 2 be accepted 

and from all receive respect 

never comprising but sometimes risky 

and that is my only regret 

a young heart with an old soul 

how can there be peace? 

how can i be in the depths of solitude 

when there r 2 inside of me? 

this duo within me causes 

the perfect opportunity 

2 learn and live twice as fast 

as those who accept simplicity.

Nelle Profondita Della Solitudine 
Io esisto nelle profondità della solitudine 

ponderando al mio scopo reale 

provando a trovare la pace della mente 

e ancora preservare la mia anima 

desiderando costantemente di essere accettato 

e tutto il rispetto ricevuto 

mai compreso ma qualche volta accettato 

e questo è il mio solo rammarico 

un cuore giovane con un'anima vecchia 

come può esserci pace? 

Come posso essere nelle profondità della solitudine 

quando ci sono 2 cose dentro di me? 

Questo duo dentro me causa 

la perfetta opportunità 

d'imparare a vivere 2 volte così veloce 

come quelli che accettano la semplicità.



|||Sono stato cresciuto in questa società, perciò non c'è modo di aspettarsi che io sia una persona perfetta, ho intenzione di fare tutto quel che mi pare, non sono un rolemodel.|||
Tupac Amaru Shakur