#Pillole Lo scandalo del “New Look” Christian Dior

 

#Pillole fa una sosta in Francia, doverosa per raccontare una breve #pillola su uno dei più celebri creatori  francesi , a ridosso di un breve viaggio artistico  nella mostra  a lui dedicata nell’arco dell’estate 2017, “Christian Dior, Couturier du rêve”.

 

 

Il 12 febbraio 1947 un Christian Dior già ultraquarantenne presenta la sua prima collezione firmata: una serie di abiti dalla linea a corolla che lo lanciano nel firmamento delle stelle dell’haute couture nel giro di un solo giorno.

Con quelle gonne amplificate da sottogonne in tulle e quei giacchini-corpetto che strizzano e sottolineano il giro vita minuscolo, la femminilità – a lungo mortificata dalle privazioni della guerra –  torna a esplodere al pari di un germoglio sul punto di sbocciare.

 

 

Carmel Snow, allora direttrice artistica di “Harper’s Bazaar”, ribattezza il nuovo stile “New Look”. E’ un terremoto, non solo per la storia della moda, bensì per quella stessa del costume. In un periodo di austerità ancora gravato di restrizioni, Dior fa gridare allo scandalo: le sue gonne fruscianti necessitano di quindici metri di tessuto e gli abiti da sera di ben venticinque.

E’ un vero e proprio schiaffo alla miseria. Un vero e proprio schiaffo al passato. “Le donne, con il loro istinto sicuro, hanno capito che il mio obiettivo era di renderle non solo più belle, ma più felici”, dirà più tardi il couturier.

 

 

Le donne più in voga del mondo, adottano con entusiasmo quel nuovo stile, intriso di grazia, opulenza e voluttà che, nelle parole del suo creatore, segna il

ritorno all’arte del piacere” .

 

 

Uno stile che, esaltando senza mezze misure l’eterno femminino, si muove in una direzione diametralmente opposta a quella di Coco Chanel, la quale – lapidaria e terribile- accusa Dior di vestire le donne come poltrone, (mi dissocio da tale citazione ).

 

 

Fin dal suo primo apparire, la geniale, rivoluzione figura di Christian Dior conquista il gotha del jet-set internazionale, della duchessa di Windsor a Gloria Guiness, da Malene Dietrich a Pamela Churchill, fino a Julienne Gréco.

 

 

Se per gli abiti da sera lo stile romantico e fiabesco di Dior, infarcito di vaporose nubi di tulle e organza, pesca a piene mani da un passato storico letterario, per le toilette da giorno è molto meno reazionario,

 

 

rispetto a quanto lo si accusi e presta alla donna tessuti tradizionalmente maschili, come il principe di Galles e il pied-de-poule e perfeziona quel tubino di lana nero che diventerà un classico nel guardaroba femminile di mezzo mondo.

 

 

Dopo aver spinto la donna fiore fino al parossismo, anticipa il cambiamento dei costumi con una moda lineare ed essenziale, che permette a chi l’indossa “di avere l’eleganza appropriata dal mattino alla sera senza rientrare a cambiarsi”.

 

 

E’ instancabile, infaticabile nell’elaborazione di linee sempre nuove (la Obligua nel 1950, l’Ovale nel 1951 e poi nominate come le lettere dell’alfabeto: H nel 1954, A e Y nel 1955):   ” L’uniformità è la madre della noia ” .

 

 

Analogicamente a Balenciaga, i denominatori comuni del suo stile sono la silhouette e il volume: ” Il colore non può trasformare il difetto di un abito in un successo (…) gioca un ruolo fondamentale solo quando il taglio è il protagonista. 

Depositario di un sapere sartoriale, fatto di inafferrabile accorgimenti tecnici capaci di rendere indeformabile il taglio, afferma che avrebbe potuto realizzare tutte le sue collezioni in bianco e nero senza mai ripetersi.

 

 

Affida la seduzione femminile anche a insostituibili tocchi di glamour, dalle scarpe coi tacchi a spillo agli accessori scelti con cura quasi maniacale: cappelli, guanti, borse, e bijoux.

 

 

Il rivoluzionario Couturier dalla C maiuscola muore precocemente per un attacco cardiaco mentre è in soggiorno a Montecatini Terme.

Dopo la scomparsa del suo fondatore , la maison prosegue l’attività conservando intatta la propria leggenda, grazie a direttori artistici che hanno saputo conservare lo spirito, aggiornandolo con iniezioni di modernità. Il primo è Yves Saint-Laurent, aiutante ed erede naturale del maestro. Gli succede Marc Bohan, alla guida dell’ atelier per trent’anni, seguito da Gianfranco Ferré e il rivoluzionario spirito eccentrico di  John Galliano.

 

 

DENTRO IL CAPOLAVORO

 

CHRISTIAN DIOR 

TAILLEUR BAR

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Bar, l’abito forse più fotografato, riprodotto e documentato nella storia della moda e del costume, è l’emblema del new look, lo stile lanciato da Christian Dior nel vagheggiamento di dare vita alla donna fiore:

” spalle dolci, busti in sboccio, taglie fini come liane e gonne larghe come corolle “.

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Con le sue studiatissime volumetrie, con le proporzioni di natura quasi architettoniche, il nuovo stile celebra i punti di forza dell’eterno femminino:

le caviglie,  i fianchi e il seno.

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Quella di Dior è una proposta ispirata al gusto fin de siècle, con richiami alla moda settecentesca, dalla quale il couturier riprende l’idea di modellare il corpo della  donna  secondo una silhouette a “S” ricorrendo all’ausilio di un accessorio dimenticato il corsetto.

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Abbandonate le spalle squadrate del periodo bellico; la silhouette si illanguidisce riappropriandosi delle forme del corpo; il taglio sartoriale permette al modello di creare un effetto di aderenza nella parte superiore e di esuberante volume in quella inferiore.

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la piccola giacca in shantung color crema, con il collo a revers e le baschine arrotondate che si appoggiano ad anfora sui fianchi, è di un’esiguità quasi asfittica per assottigliare il giro vita fino a strizzarlo ed enfatizzare le curve in maniera esplosiva.

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L’ampia gonna di lana nera a pieghe sagomate si allunga fino a coprire il ginocchio e guadagna in ampiezza,(Dior teorizza che l’orlo non deve oltrepassare i 40cm da terra) in virtù dell’utilizzo di sottogonne rigide in leggerissimo voile.

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L’UNIFORMITA’ E’ LA MADRE DELLA NOIA…..

CHRISTIAN DIOR

 

 

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#Pillole: la moda come divertimento       Elio Fiorucci 

 

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''Fiorucci rappresentava la vampata della giovinezza senza la politica, dall'anticonformismo senza lo spinello, della lotta al sistema senza lo scontrino fisico, dalla fantasia senza la necessità di mandarla al potere. Rappresentava un cuneo di gaiezza, una sosta che consentiva finalmente frivolezza, un modo di non farsi emarginare dalla turbolenza e dal nuovo, però sottraendosi dall'obbligo di occuparsi di proletariato di massa, di guerra allo stato, di movimento e poi alla fine di terrorismo.''

….. A scritto lui Natalia Aspesi.

Con le sue folgoranti intuizioni, Fiorucci anticipa fenomeni, lancia tendenze, crea un nuovo modo di vestire che si beffa del perbenismo formale e del conformismo mentale, dei primi anni '70, scompaginando il guardaroba con la ventata di novità in the road della Swinging London. 

 


 

Dopo un viaggio a Londra in pieno anni '60, apre a Milano un negozio dove propone le novità – inedite per l' Italia – della scena anglosassone e statunitense.

Nel 1970 dà vita ad una collezione propria, distinta da due angioletti vittoriani che sono ancora l'emblema del suo stile, che inietta linfa vitale nell' esangue panorama della moda italiana, che langue per difetto di fantasia e per eccesso di omologazione .

A Fiorucci '' stratega del nuovo '' , spetta il merito di avere introdotto nuovi modi di pensare la moda.

Abolisce il total look coordinato in nome di una libertà che fa rima con divertimento, gioco, contaminazione

Il suo guardaroba ideale è costituito da un'infinità di pezzi intercambiabili.

La moda diviene per la prima volta un puzzle, in cui abiti e accessori si mescolano insieme con assoluta autonomia , totale anarchia, per costruirsi uno stile personale in sintonia con il sentire del momento.

Con Fiorucci la moda esce dall'atelier, si ispira alla strada, detronizza i re dello stile per far diventare ognuno stilista di se stesso.

Con lui colori e segni grafici fanno la loro irruzione su felpe, t-shirt top, come nelle maglie a grosse righe orizzontali rosse e bianche che portano a lettere cubitali il nome del loro autore : una rivendicazione di paternità del tutto inusuale, almeno fino a questo momento, nel settore dell'abbigliamento.

 


 

Fiorucci è ancora una volta antesignano nell'utilizzare lo spazio bianco delle T-shirt come una pagina da riempire,

un foglio d'album da disegnare,

il luogo dal quale lanciare messaggi di ogni sorta : provocatori, ecologisti, disinpegnati.

 

 

 

Il suo repertorio iconografico pesca sopratutto dall'immaginario collettivo targato USA, spaziando dal cinema hollywoodiano al mondo dei fumetti di Walt Disney, dalle pin-up alle insegne di Las Vegas, fino a citazioni dalla Pop Art e dal Graffitismo.

 

Nel 1976 apre uno store a New York, che viene scelto da Andy Warhol per il lancio della sua famosa rivista " Interview ".

Nel 1984 Keith Haring cambia faccia al negozio Fiourucci di Milano con un happening di pittura della durata di due giorni e una notte, ripreso da tutte le televisioni.

Fiorucci è tra primi a portare in Italia quei materiali mai usati prima nella moda, a partire dalla plastica, che trasforma in particolari e divertenti borse, scarpe e bijoux.

Ma nella storia del costume, non solo in quella della moda, Elio Fiorucci è sopratutto sinonimo di jeans.

Li vende a poco migliaia di lire, come emblema di una moda a portata di tutti. Quando per una mostra il Metropolitan Museum di New York chiede a  Bruce Springsteen un oggetto simbolo della sua personalità, la rock star consegna la chitarra e i jeans di Fiorucci.

E' il primo ancora una volta a renderli glamour e sexy, ma non si ferma qui:

nel 1982 lancia il primo jeans stretching mischiando lycra e denim per rendere i suoi cinque tasche più aderenti e seducenti;

nel 1987 fa uscire la selvaggia linea Apaloosa, cucitacon la macchina per selle;

nel 1999 è la volta dei Lollies, pastelli di rosa, azzurro, bianco e nel 2004, ispirandosi a un principio finora riservato al design, crea il primo jeans ergonomico, con tagli ad hoc che regalano al corpo proporzioni perfette.

Dal 1977 dirige la scuola Fiorucci di Moda e Abbigliamento.

DENTRO IL CAPOLAVORO

Elio Fiorucci Jeans 1978

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Nella storia del costume e non solo in quella della moda, Elio Fiorucci è sinonimo di jeans. un' equazione inevitabile, in quanto è il primo a trasformarlo da pantalone per il tempo libero e da emblema di ribellione a capo irresistibilmente sexy, ad alto tasso erotico.

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Coglie in pieno i punti focali nel rinventarlo, ne ridisegna le forme sull'anatomia femminile per esaltare e modellare le natiche, con un'audacia trasgressiva in linea con lo  spirito free degli anni '70.

"Playboy" definisce Fiorucci un "benefattore della società perché ha ridisegnato il sedere delle italiane". Un effetto perseguito con totale, quasi maniacale attenzione: ogni nuovo modello viene, infatti, provato addosso alla figura di una indossatrice, sempre a disposizione in sala taglio.

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Il taglio perfetto anche delle gambe, le rifiniture accurate (le stesse etichette sono ricamate), la straordinaria vestibilità ne fanno un capo d'abbigliamento sofisticato e all'ultima moda. Qui il jeans è realizzato in denim, la tradizionale tela blu dalle caratteristiche sfumature indico, ma Fiorucci lo propone negli stessi anni in un'estrema varietà di colori e materiali, dal lurex satinato all'acetato fluorescente, dalla tigre sintetica all'oro artificiale, fino al vinile.

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Con jeans si indica un tessuto di cotone robusto e molto resistente; nasce a Genova (Gênes in francese, da cui il termine Jean), dove fin dall'Ottocento viene utilizzato per realizzare le uniformi per gli scaricatori del porto. Nel 1850 jeans non indica più un tessuto, bensì un tipo particolare di pantalone, creato a San Francisco da Levi Strauss, che lancia un modello a cinque tasche per i cercatori d'oro.

 

 

"Io non mi sento uno stilista, mi sento una persona libera, un sensitivo che ha incontrato molte persone e che si è fatto affascinare e suggestionare dagli occhi dai loro occhi. Io guardo le persone negli occhi, è questo che mi ha portato a sperimentare e innovare credendo in primis nella forza delle persone."